I bambini Italiani per Yako

Nelle nostre iniziative cerchiamo di non dimenticare i bambini: stimolare la loro sensibilità, il loro naturale spirito di giustizia, potrebbe cambiare il mondo di domani.

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Rita e YAKO

BREVE STORIA DI YAKO

 Questa è una breve storia del mio incontro con l'orfanotrofio Wend Mib Tiri in Burkina Faso, incontro casuale che risale al febbraio 2010.

Mi trovavo in Burkina Faso per un periodo di volontariato quando mi è stato chiesto di consegnare degli indumenti in un orfanotrofio a Yako, località a 110 chilometri dalla capitale. Così un giorno sono partita senza immaginare che mi sarei trovata davanti una realtà davvero drammatica.

 Le prossime righe sono tratte  dal mio diario di quel giorno:

L’orfanotrofio sorge fuori del villaggio, completamente isolato.

 La struttura è stata donata dal governo, il quale però non collabora minimamente alla sussistenza della casa se non con un contributo in spirulina, un’alga con proprietà tonificanti.

Maman Albertine, una donna del luogo, si occupa dell’orfanotrofio malgrado le grandi difficoltà. 

Ci sono 23 bambini molto piccoli (tranne 3 in età scolare, sono tutti al di sotto dei 4 anni, qualcuno anche di pochi giorni) prevalentemente orfani di madre la cui famiglia per svariate ragioni li ha abbandonati, magari temporaneamente, oppure bimbi addirittura accusati, con la loro nascita, di essere i colpevoli della morte della mamma. Arrivano nella struttura sempre piccolissimi e in condizioni spesso gravi; verso i 4-5 anni, se sopravvivono, in genere sono ripresi in famiglia dal padre o dai parenti più stretti.

Tra questi c’è anche una bimba albina e una coppia di gemelli, guardati dalla comunità con sospetto in quanto “anomali”.

 Una quindicina di donne cercano di dare una mano a maman Albertine, ma con una presenza saltuaria,  non percependo alcun stipendio.

 E’ una struttura vecchia, sporca, fatiscente; niente bagni, niente elettricità, nelle brutte stanzette visitate dai topi  ci sono solo 16 vecchi lettini arrugginiti, gli altri bimbi dormono per terra. Non ho trovato giochi, il cibo mi sembra francamente scarso e soprattutto povero di sostanze nutritive.

Due mesi prima, grazie ad una associazione italiana, è stato costruito fortunatamente un pozzo. Fino a quel momento le bambine più grandi (3,4 anni) percorrevano a piedi 10 chilometri tra andata e ritorno per portare l'acqua!

La vita dei bambini si svolge su una pavimentazione di pochi metri quadrati, sotto una tettoia.  Una lunga attesa quasi immobile fino al tramonto del sole, quando è ora di dormire perché senza luce non si può fare altro. Nessuno stimolo per giocare, crescere .... infatti ancora a 3 anni quasi nessun bambino riesce a camminare!

 Le condizioni di questi bambini sono disperate. Nessun sorriso nei loro occhi, contrariamente a quello che in genere incontro nei bambini africani… ma che vita è???

 Quando arrivo, le donne invece mi sorridono, una mi mette in braccio un bimbo di 9 giorni e se ne va a fare altre cose. Io mi siedo su un muretto a guardare il visetto del bimbo che dorme; altri bambini si avvicinano, una di loro con un allegrissimo vestitino giallo mi mette la sua manina sul ginocchio, e non mi lascia più.

Ai suoi occhi meravigliosi e immobili  prometto che non li lascerò soli.

 

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Diario di viaggio

In questi mesi di attesa, prima della partenza, è stato un susseguirsi di informazioni, attraverso foto…racconti…pian piano ho avuto modo di “vedere” i bambini, farmi un’idea della realtà che avrei trovato. Ogni giorno sempre di più cresceva in me l’entusiasmo e si rafforzava la mia decisione. In mezzo a tutto questo ci sono stati grandi momenti di solidarietà, che hanno visto coinvolto in primis il mio paese Brolo e l’Amministrazione Comunale tutta e molti altri che mi hanno dato sostegno, fiducia, ascolto e cosa fondamentale aiuto nel portare a termine la raccolta di materiale sanitario e non solo da donare all’orfanotrofio per sopperire ad alcune tra le tante esigenze dei bambini.
Bagagli carichi di amore, speranza, doni vari, sorrisi, qualche timore ma mai un dubbio, un’esitazione, nessuna aspettativa, sembrerà strano, ma son partita
con la voglia di vivere al meglio l’esperienza, con l’unica intenzione di far tesoro di ogni piccolo dono, di godermi ogni singolo giorno, così come veniva e
con tutto ciò che poteva starci dentro.

Partenza, varie soste…due scali…qualche imprevisto, tipo gomma che si buca                    
durante il percorso verso il villaggio di Yako, di quelli che mi piacciono, non
prendetemi per folle, perché ti regalano poi qualche momento fortuito, inaspettato…..e
puoi inventarti qualcosa per passare il tempo in attesa di ripartire…..cosa
abbiamo fatto??? Ci siamo concesse un ottimo succo al mango e tanta frutta.


Si riparte e finalmente arriviamo a destinazione. Vivo le mie prime forti emozioni nell’avvicinarmi ai bambini, il primo in assoluto a venirmi incontro è lui Dominique, si stringe a me, nel prenderlo in braccio sento il cuore scoppiare di gioia, mi guarda con quel suo magico sorriso che ti segna dentro, nel profondo, bene diventerà il
mio “cipollino” .

Ci avviciniamo sempre più, alcuni nel vederci piangono, chissà cosa pensano quelle testoline mi chiedevo, altri sorridono, cercano un contatto, altri da un angolino in disparte cercano di capire…ci scrutano…cerco di accostarmi con tatto, in modo scherzoso di stringere le loro manine, finchè sciolta la diffidenza, l’amore ha il sopravvento e il dono di sé ha inizio. 
Dolcezza e accoglienza infinita da parte di Maman Albertine, fondatrice dell’orfanotrofio, della figlia Leonie e di tutto il personale locale formato dalle nourrices.

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