DOVE LA SABBIA INCONTRA LA CURA

DOVE LA SABBIA INCONTRA LA CURA

26 Gennaio 2026 Uncategorized 2

Arrivati a metà della nostra terza missione in Senegal abbiamo voglia e bisogno di raccontarvi quasi in tempo reale le nostre giornate.

Qui la medicina si fa tra la sabbia, le strade sconnesse, i villaggi dispersi nella brousse e gli sguardi che arrivano prima delle parole.

La prima giornata ha sempre un sapore particolare: è un inizio, un battesimo. Prima si costruisce l’ambulatorio dal nulla — si allestiscono le postazioni, si organizzano strumenti e farmaci, si definiscono ruoli e flussi — e poi, senza quasi accorgersene, inizia la parte vera. Quella che ti prende dentro.

Le consultazioni partono subito: visite, terapie, medicazioni, ECG, misurazione glicemie, e la fila davanti alle postazioni cresce come un fiume silenzioso. A fine giornata rientriamo alle 20.10, giusto in tempo per cena, con addosso quella stanchezza dolce e feroce che si conosce bene…

Il bilancio è già grande: circa 80 pazienti visitati.

E non è un numero: sono persone. Storie. Corpi che portano fatica. Madri che stringono bambini. Uomini giovani già piegati da una malattia mai diagnosticata. Anziani che arrivano dopo ore di cammino.

Il giorno dopo la macchina riparte più veloce: in questa seconda giornata visitiamo 85 pazienti, e tra loro emergono alcuni casi importanti: cardiopatie infantili, diabete severo in giovani donne e uomini, quadri clinici che in Europa avrebbero già un percorso definito ma qui rischiano di restare invisibili.

La pediatra Francesca, davanti a ondate di madri giovanissime con quattro o cinque bimbi a testa sembra quasi illuminarsi: si esalta… ma poi, quando serve, diventa una lama di precisione clinica. Perché dietro quei sorrisi c’è la competenza, e dietro la tenerezza c’è l’urgenza.

Fondamentale diventa anche il potenziamento del triage, guidato da Federica, che unisce elettrocardiogrammi, medicazioni, individuazione di iperglicemie: smistamento dei pazienti, ordine nel caos. Un ruolo invisibile ma decisivo, quello che fa funzionare tutto.

E poi ci sono le interniste Irene e Assunta: instancabili, travolgenti. Macinano pazienti come se davvero qualcuno le pagasse a cottimo — ma qui non c’è cottimo, c’è solo dedizione.

Le patologie ortopediche più frequenti, valutate e trattate da Adriana, sono sempre quelle legate alla vita dura: lombalgie, cervicalgie, dolori da lavoro, corpi giovani già consumati, spesso legate a lavori pesanti e posture prolungate.

Con il passare dei giorni succede una cosa che si vede e si sente: la macchina organizzativa si affina. Diventiamo più efficienti, più coordinati. Le postazioni girano, i flussi si ottimizzano, il tempo si riempie meglio: e di questo bisogna ringraziare il grosso lavoro di chi, senza essere operatore sanitario, si presta dietro le quinte rendendo tutto possibile: Sabrina alla gestione della farmacia, Marcello valido interprete dal francese all’italiano, Alfredo (fotografo ufficiale di ogni missione) e Sergio al triage e la nostra dolce Gina che affianca Francesca distribuendo vestiti alle mamme dei piccoli pazienti. E poi c’è tutto il gruppo dei ragazzi della comunità locale fondamentali come interpreti dal wolof al francese

Alla fine del terzo giorno abbiamo visto circa 300 persone, compresi molti bambini: la cui affluenza cresce giorno dopo giorno.

In particolare, ortopedico e pediatra individuano due bambine con zoppia, una delle quali verosimilmente traumatica: siamo in attesa del risultato radiologico.

In medicina interna, invece, i casi sono un oceano: ipertensione, diabete, anche molto gravi, spesso in persone giovani. A molti viene chiesto di tornare: non è solo un controllo, è un tentativo di follow-up – seppur minimo –  , un filo di continuità che qui è rarissimo.

E poi arriva lei: una giovane mamma con un bambino gravemente malnutrito. Lo sguardo è quello di chi ha finito le risorse ma non l’amore. Per lui ordiniamo il latte, diamo indicazioni nutrizionali, e quella visita — breve sulla carta — resta addosso più di molte altre.

Quest’anno, però, sta succedendo qualcosa di diverso. Qualcosa che amplifica il senso della missione.

Grazie a Lamine, e alla rete organizzativa creata sul territorio, la risposta ai casi gravi non resta sospesa nel limbo. Per la prima volta abbiamo la sensazione concreta che l’organizzazione riesca a muoversi quasi in tempo reale.

In poche parole: non solo diagnostichiamo, ma possiamo agganciare la cura.

In pochi giorni riusciamo a parlare con i referenti giusti, ricevere indicazioni, ottenere appuntamenti e percorsi per valutazioni specialistiche. E in questo contesto, è una piccola rivoluzione.

Sta accadendo proprio adesso per le due cardiopatie pediatriche, per le quali abbiamo già chiesto consulti e percorsi dedicati e per un caso complesso e urgente: una grossa massa tumorale alla coscia in un ragazzo trentenne, per cui è già in corso l’attivazione di un iter specialistico

Questo significa che ciò che scopriamo non resta solo “missione”: diventa cura reale, possibilità, futuro. Un ponte concreto tra diagnosi e intervento.

Oggi abbiamo preso una giornata di riposo. Qualche acquisto: stoffe, burro di karité, sapone naturale che porteremo in Italia per il nostro mercatino. Piccoli gesti che fanno parte della vita, anche qui, anche in mezzo a tutto questo.

Domani si ricomincia.

Con la stessa polvere sulle scarpe e lo stesso vento negli occhi.
Perché questo aiuto serve a loro — immensamente —ma la verità è che, ogni anno, dà forza anche a noi. E ci ricorda perché abbiamo scelto di prendercene cura….in tutte le sue declinazioni.

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2 risposte

  1. Cinzia ha detto:

    Che dire? Bravi! Fantastici! Quelli come Voi sono pochi.
    Spero che troviate sempre la forza e l’aiuto per continuare.
    Grande ammirazione!

  2. Maria Concetta Maccarrone ha detto:

    Grande GRAZIE e GRANDE COMMOZIONE

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